FAVELA

 

Nella favela di Rocinas, la più grande di Rio de Janeiro, cerco tutte le mattine, tra ammassi di pasto avanzi di pasto. So dove cercare: cammino non lontano dalle case dei signori della droga. Sono ricchi, potenti e neppure

la polizia si avvicina. Qualche volta sì, per prendere soldi corrotti. I signori della droga hanno case di mattoni ai margini della favela, non stamberghe di legno umido e malta seccata come la mia.

Hanno casa anche in città, ma spesso si fermano nella favela per i loro traffici.

Ci tengono la droga dei ricchi, e le macchine lussuose con i clienti intoccabili si fermano sotto la piramide di catapecchie, che franano a ogni pioggia che si rispetti Poi vendono la colla da sniffare ai disperati senza lavoro che elemosinano sulle spiagge.

La droga dei poveri che fa dimenticare lo schifo in cui viviamo.

Io so dove cercare.

Gli spacciatori mangiano bene, sprecano tanto e buttano

un bene di Dio con noncuranza, con l’unico fastidio di non gettare vicino alle loro case i rifiuti.

I topi devono stare lontano dalle loro case.

Quando risuonano le voci delle loro serate speciali, (è sufficiente vedere uomini armati nelle vie per capire che sono lì), so che c’è una festa, con buon cibo e donne dai tacchi alti che camminano in punta di piedi cercando si sporcarsi il meno possibile di fango. Allora è festa anche per me e la mia famiglia, il giorno dopo. Quanto avanzano!

E di questo sono felice.

Vado a scuola dalle suore missionarie nel cuore della favela ed è il momento più bello della giornata.

Imparo tanto e penso.

Ma prima di entrare nella baracca con quattro banchi cerco tra le immondizie.

A volte mi alzo all’alba e cammino con una pila accesa tra le baracche, le macerie e illumino i rifiuti.

Mi alzo presto per anticipare altri compagni, i cani, i gatti e

soprattutto i topi. Incontro anche chi caccia topi e li cucina. Dicono che i topi arrosto sono buoni. Io non li ho mai mangiati.

Gli avanzi degli spacciatori sono meglio, soprattutto il pesce. Cammino nella favela e quello che mi colpisce è che sempre sono accese le televisioni. Così non si pensa

alla povertà e si pensa meno.

Quando piove le baracche sembrano scivolare verso il basso e le strade sono sdrucciolevoli che non si può stare in piedi.

Mi chiamo Rosinha ho dodici anni e solo una volta ho visto il mare da vicino.

Da vicino ho visto i grattacieli, e la gente sorridente che beve in grandi bicchieri colorati stesi su letti bianchi.

Mi piacerebbe… chissà quando…

guardare il cielo per un giorno intero stesa tra le piccole onde dell’oceano,

senza dover pensare a cercare il cibo tra gli avanzi della favela.

Guardare il cielo e finalmente vederlo azzurro.

Forse piangendo, forse ridendo.

2019 - Marcello Arzuffi

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